Alviero Martini commissariata per sfruttamento lavorativo

L’azienda Alviero Martini è stata posta in amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Milano a seguito di un’inchiesta dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro
Sole24Ore –  17 gennaio 2024

L’azienda Alviero Martini, specializzata in borse e accessori identificati da carte geografiche ma fino a una decina d’anni fa protagonista anche in passerella durante la settimana della moda femminile, è stata posta in amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Milano.

Il commissariamento deciso dal Tribunale di Milano

A seguito di un’inchiesta dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, l’azienda, che da vent’anni fa capo alla holding Final Spa, è stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo». In particolare, la casa di moda avrebbe massimizzato i profitti ricorrendo a «opifici cinesi» e «facendo ricorso a manovalanza in nero e clandestina», come si legge nel provvedimento della sezione misure di Prevenzione del Tribunale di Milano che ha disposto il commissariamento su richiesta del pm Paolo Storari.

Ad essere contestato alla casa di moda è soprattutto il mancato controllo sulla filiera: l’azienda non avrebbe «mai effettuato ispezioni o audit sulla filiera produttiva per appurare le reali condizioni lavorative» e «le capacità tecniche delle aziende appaltatrici tanto da agevolare (colposamente) soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato».

La risposta dell’azienda

L’azienda ha inviato una nota stampa comunicando di «essersi messa tempestivamente a disposizione delle autorità preposte, non essendo peraltro indagati né la Società né i propri rappresentati, al fine di garantire e implementare da parte di tutti i suoi fornitori, il rispetto delle norme in materia di tutela del lavoro». Nella nota la casa di moda ribadisce che « tutti i rapporti di fornitura della Società sono disciplinati da un preciso codice etico a tutela del lavoro e dei lavoratori al cui rispetto ogni fornitore è vincolato. Laddove emergessero attività illecite effettuate da soggetti terzi, introdotte a insaputa della Società nella filiera produttiva, assolutamente contrari ai valori aziendali, si riserva di intervenire nei modi e nelle sedi più opportune, al fine di tutelare i lavoratori in primis e l’azienda stessa».

L’inchiesta sui fornitori

Come molte altre aziende del settore moda che non hanno la possibilità di produrre internamente, Alviero Martini aveva affidato «mediante contratto di appalto con divieto di sub-appalto senza preventiva autorizzazione, l’intera produzione a società terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi». Tuttavia, in questo specifico caso, tra le società terze ( o tra chi lavorava in appalto per società terze) c’erano opifici cinesi che impiegavano però manodopera irregolare, che non solo veniva fatta lavorare di notte ma dormiva addirittura sul luogo di lavoro, in netto contrasto con le norme relative alla salute e sicurezza. Così da assicurare un costo di produzione di circa 20 euro per prodotti che, in negozio, avevano un prezzo di vendita di 350 euro.Tutto questo, oltretutto, non avveniva lontano dall’headquarter del marchio, fondato a Milano nel 1991, ma a pochi chilometri di distanza, in un triangolo tutto lombardo: tra Milano, Pavia e Monza e Brianza.

Gli accertamenti da parte del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano sono iniziati nel settembre 2023 e negli otto opifici controllati, tutti risultati irregolari, le forze dell’ordine hanno identificato 197 lavoratori di cui 37 occupati in nero e clandestini sul territorio nazionale. Come già detto, negli stabilimenti di produzione non autorizzata è stato riscontrato che la lavorazione avveniva in condizione di sfruttamento (pagamento sotto soglia, orario di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione) . Inoltre, la manodopera veniva ospitata in dormitori abusivi e in condizioni igienico sanitarie critiche.

Denunciati dieci titolari e chiuse sei aziende

Alla fine dell’indagine, sono stati denunciati per caporalato dieci titolari di aziende di diritto o di fatto di origine cinese nonché 37 persone non in regola con la permanenza e il soggiorno sul territorio nazionale. Infine sono state comminate ammende pari a oltre 153.000 euro e sanzioni amministrative pari a 150.000 euro e per sei aziende è stata disposta la sospensione dell’attività per gravi violazioni in materia di sicurezza e per utilizzo di lavoro nero.


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